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AMMONIMENTO AL LETTORE DI QUESTO LIBRO



Li ho provocati e da allora mi circondano.
  Hanno atteso che finissi di scrivere la mia confessione, poi si sono scatenati. Appena scendono le tenebre e accendo la lucerna, scivolano fuori dagli anfratti della grotta assieme ai pipistrelli. Le ombre dei miei demoni strisciano sul soffitto e sulle pareti, avanzano verso di me mutando continuamente forma. Mi obbligano a stare rannicchiato per tutta la notte in un incavo della roccia, a recitare ininterrottamente gli esorcismi stringendo la santa immagine tra le mani. Se smettessi solo per un attimo a causa della stanchezza, del sonno o del bruciore alla bocca, si impossesserebbero del mio corpo il tempo necessario per farmi distruggere il libro. In verità, forse ora si accontenterebbero di farmi impazzire. Chi mai crederebbe alle storie scritte da un pazzo? Ho resistito ai loro assalti per sei lunghe notti e ormai ne manca una sola. Domani verrà Amos a prendermi, mi condurrà a Monte Sant´Angelo dove tutto è cominciato e io sarò salvo.
  Questa notte sarà la più dura, lo so. È la loro ultima possibilità. Piove da tre giorni, il vento ulula nel vallone, sbatte gemendo contro la parete di roccia dove ci sono gli eremi, copre il salmodiare dei miei vicini, infierisce squassando la mia porta sconnessa. L´acqua gorgoglia, scorre lungo l´incavo del pavimento, cade nella cisterna, tracima e precipita giù nel baratro dove l´attende un torrente così furioso da smuovere massi enormi. Da tre giorni non vedo più i rapaci volteggiare sopra il vallone, i corvi sono scomparsi. Il vuoto e le Furie avvolgono la grotta aiutando i demoni. I ricordi, le paure e i rimorsi riproducono nella mia mente la tempesta. La amplificano, frastornandomi. Per sfuggire a un´angoscia simile a quella dell´agonia stringo la testa fra le mani e imploro la pietà dell´Onnipotente aggrappandomi al ricordo struggente di Astil. I demoni non devono vincere quando Amos è ormai alla porta.

  Amos è un monaco devoto al venerabile Equizio. Vive poco lontano da qui, nel cenobio di Pulsano. È vecchio, la sua altezza non supera i sei piedi e il suo peso quello di un capro, ma davanti ai demoni si fa titano. Mentre li affronta, le rughe si distendono, gli occhi lampeggiano, la voce si fa tuono. Diviene un fortunale e si abbatte sugli immondi facendoli arretrare rabbiosi.
Dovrebbe giacere in un sepolcro, invece vive. Circa vent´anni fa i saraceni lo hanno torturato per due giorni. Volevano sapere dov´era nascosto il tesoro dell´Arcangelo Michele. Gli hanno spezzato le mani e i piedi, martoriato le carni con il ferro rovente; una spada ha reciso i muscoli e i nervi della spalla destra, un pugnale l´ha privato di un orecchio e le tenaglie delle unghie della mano sinistra. Il calvario è durato fino all´arrivo delle truppe beneventane. Il principe Atenolfo l´ha trovato come morto nella Santa Grotta, dietro l´altare profanato e lordato di escrementi.
  I suoi confratelli hanno steso il corpo su un giaciglio di foglie, intonando le preghiere dei defunti. Già gli stavano scavando la fossa, quando il volto ha ripreso miracolosamente colore. La bocca si è mossa e ha detto: "Ho visto la potenza del male oscurare la luce divina. Dobbiamo prepararci a giorni terribili".
  Dopo un mese era risanato, anche se da allora il dolore gli è compagno inseparabile. Ha incominciato a scacciare i demoni, a imporre le mani sugli infermi. I primi a decantarne la santità sono stati gli abitanti del Gargano. Hanno sparso la voce per le terre di Puglia e da quelle è dilagata in ogni dove lungo la Via Sacra. Fino a giungere alle mie orecchie, a Roma. E io sono venuto a Monte Sant´Angelo in tutta la mia potenza, per sbugiardarlo e umiliarlo. Ma lui lesse la mia anima come un libro aperto, elencò le mie malefatte una a una e fuggii da lui divenendogli nemico mortale. Ora agogno il suo arrivo, umile e docile come un agnello.
  Sono arrivato qui cinque mesi fa, dopo aver percorso per tre giorni le strade del Gargano, a piedi scalzi e impugnando il bordone invece della spada. A Monte Sant´Angelo non mi hanno permesso di entrare nel santuario, rifiutando persino di ascoltarmi. Al cenobio di Pulsano sono stato trattato peggio di Caino. Ho riposato nella stalla, fra le pecore, e l´abate ha mandato a dire:
  "Vattene via, essere malvagio e depravato. Solo Amos potrebbe parlarti, ma è a Siponto".
  Perciò io, Arechi, principe longobardo, grande dell´impero e della chiesa, potente fra i potenti d´Italia, dopo avere indossato armature d´argento, baltei d´oro e tuniche di porpora, sono entrato nella chiesa grande di Siponto vestendo il ruvido saio dei penitenti.
  Mi sono prostrato davanti all´immagine della Madre e ho atteso di essere chiamato. Dopo un tempo molto lungo è venuto un diacono pieno di boria e con voce autoritaria mi ha ordinato di seguirlo nel battistero. Là, poggiato con la schiena a una delle quattro enormi colonne, mi attendeva Amos. Giunto a cinque passi da lui, mi ha fermato con un gesto perentorio della mano.
"Cosa cerchi qui, principe Arechi?"
  "La pace. Sono pronto a deporre ai tuoi piedi la mia vita."
"Non sei venuto da solo. Ti seguono i demoni dei quali ti sei servito, e in te albergano le tre grandi meretrici. I loro nomi sono Superbia, Lussuria e Ira. Ne avverto la presenza fetida."
  "Liberami da loro e dai demoni, t´imploro." Non vedevo il suo viso oscurato dal cappuccio, e a momenti la sua figura si fondeva con la colonna a causa della penombra. Ma la sua voce flebile riecheggiò nella cupola sopra le nostre teste:
  "Io scaccio gli occupanti, non gli ospiti. Te ne dovrai liberare da solo".
In me c´era ancora arroganza e faticai a non ribattere con rabbia. Strinsi i denti e chiesi:
  "Amos, rifiuti l´aiuto a un fratello bisognoso?"
  "No, per questo ti insegnerò la via. Ma il cammino dovrai farlo da solo."
  "Come?"
"È scritto: Egli allora ordinerà loro di passare attraverso il fiume di fuoco e ciascuno avrà davanti a sé le proprie opere e a ognuno sarà dato secondo le sue opere. Questa è la via."
"Non capisco."
  "Sarai condotto dove il fiume della solitudine brucia più del fuoco e là scriverai la tua vita come fosse una confessione, senza nascondimenti e menzogne. Questo ti purificherà. Una volta finito di narrare, se combatterai i tuoi demoni e resisterai ai loro assalti per sette giorni, verrò a prenderti e ti aiuterò a scacciarli per sempre. Allora sarai degno di mettere nuovamente piede nella Santa Grotta."
  Dette queste parole se ne era andato. Non sapendo cosa fare ho atteso immobile e confuso, finché è arrivato un ragazzo di circa dodici anni trascinando una sacca di pelle. Indossava brache e camicia da contadino, rammendate e rattoppate; non aveva cintura ed era scalzo. Fissandomi con l´unico occhio rimastogli, ha detto:
  "Signore, Amos pensa che sarebbe un buon inizio se lasciassi qui il tuo pugnale".
Nascosto sotto la tunica avevo uno scramasax dall´impugnatura d´oro. Era la mia sola difesa, l´unica merce di scambio rimastami. L´ho preso e deposto a terra, accanto ai miei piedi. A quel punto il ragazzo si è caricato la sacca in spalla e mi ha preso per mano invitandomi a seguirlo.
  "Andiamo, il cammino è lungo."
  Mi ha condotto in questo luogo orrido ed è tornato da me ogni sabato mattina a portarmi pane azzimo, del cacio, poco pesce salato, erbe amare e olio per la lampada.
  Guardando la mia nuova casa ho avuto un attimo di smarrimento. Ci si arriva per un´erta e dei gradini scavati nella roccia, non più larghi di due spanne. Salendo ci si scortica le mani cercando degli appigli cui afferrarsi per non precipitare nel fondo del vallone. Un accesso largo quanto un davanzale, una porta e un buco nella roccia a fare da finestra. Dentro, in una grotta piena di nicchie e tanto bassa da obbligare chiunque a muoversi curvo, una specie di loculo dove dormire sulla nuda pietra, due pelli di montone, una panca con una lucerna e una buca nel pavimento dove si accumula l´acqua piovana da bere. Nessuna traccia di fuoco o di qualcosa per farlo. Abbonda invece lo sterco di pipistrello, e quello dei rapaci e dei corvi sempre in agguato sulla finestra.
  Il ragazzo ha aperto la sacca. Conteneva tre grossi fasci di pergamene, due dozzine di penne, il coltellino per appuntirle, tre fiasche d´inchiostro, un libretto di esorcismi, un´icona del Salvatore e il necessario per accendere la lampada. Guardandomi in giro, ho chiesto:
  "Dove posso scrivere se non c´è tavolo?"
  Ha indicato la panca.
  "Basta sedere a terra e su quella si può scrivere."
Rimasto solo, ho pianto per l´umiliazione.
  Sono arrivato qui il secondo giorno di maggio e ormai ottobre sta per spirare.

  Nel canalone ci sono tre eremiti in altrettante grotte. In tutti questi mesi non li ho mai visti, ma solo uditi pregare. Né mai ho scorto alcuno andare da loro. Mi è difficile immaginare di cosa si nutrono; forse di pipistrelli, dei numerosi insetti che popolano le caverne, catturando qualche passero in fuga dai falchi. Non ho mai sentito la mancanza di una loro parola, di uno sguardo; alle volte il continuo pregare ad alta voce m´infastidiva. Ma ora loderei Dio anche se potessi percepire solo la loro presenza grazie a un rumore lontano. Invece ci sono solo i demoni, e già si muovono con frusciare di serpe.
  Le tenebre si addensano e devo smettere di scrivere, ripararmi nella nicchia. Voglio solo aggiungere un´avvertenza per l´incauto lettore che avesse l´ardire di leggere questo libro maledetto. Qui c´è la mia vita, le vite di molti altri, e la pergamena gronda sangue e malvagità. Se credi di trovarvi la via del potere e i suoi rituali, i segreti per dominare anime e corpi, la chiave dei piaceri, chiudilo subito perché vi troverai ogni cosa e sarai perduto. I demoni verranno e forse non ci sarà per te né una grotta dove nasconderti né un santo come Amos a salvarti.
  Se possiedi un minimo di saggezza, disgraziato fratello, hai un unico modo di aprire questo libro sperando di non finire nella Geenna. Non scordarti neppure per un attimo quanto sia facile all´essere umano diventare malvagio quando veste di porpora o impugna la spada; quanto una corona spinga a calpestare gli altri nel tentativo di raggiungere l´immortalità, senza curarsi del sangue e delle lacrime che ti inondano i piedi.
  Eppure bada, io ti ammonisco: non giudicare mai! Limitati a constatare con freddezza. Fai come il medico costretto a osservare e ad annusare escrementi nauseabondi, a mettere il dito in ferite purulente, a palpare schifosi bubboni. Impara a individuare i sintomi della malattia che porta i popoli a morte sicura. E se scopri qualcuno di essi attorno a te, metti sul preavviso i tuoi amici prima che il morbo divenga epidemia e voi siate sopraffatti.
  Che la mia esistenza sia servita almeno a questo.

©Marco Salvador
©Edizioni Piemme
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