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I

  Ho avuto un grande Maestro. Mi spiace non poterne fare il nome. Ma è vecchio, piuttosto malconcio. Non voglio creargli problemi. L´ultima volta l´ho incontrato ad Amburgo, dove si è ritirato. Ci siamo seduti in un bar sulla Holstenwall. Gli occhi pallidi fissi sulla vetrata appannata e dagli angoli incrostati di neve, il grosso naso nella tazza di tè fumante, mi ha pregato di non cercarlo più. Rispetterò il suo desiderio, gli devo molto. Anche se in questo momento avrei bisogno dei suoi consigli. Comunque ho deciso di seguirne uno datomi anni fa: ´Se ti ritrovi in una situazione apparentemente senza via d´uscita, nasconditi e metti su carta gli eventi che ti hanno intrappolato; scrivi tutto come fosse un racconto, ma rivivi i momenti senza falsarli con sentimenti o convinzioni posteriori ai fatti. Rileggendo troverai l´errore, e con esso il rimedio´.
  Ci sono professioni che scompaiono con il passare dei secoli. Oppure conservano il nome antico, ma mutano a tal punto da diventare un´altra cosa. Pochissime sono sopravvissute pressochè identiche nel corso dei millenni, e io ho esercitato a lungo una di queste. Uccidere e torturare in nome di una legge o di una fede.
  Ma come nessun greco avrebbe osato chiamare puttana un´etèra, così io non posso accettare appellativi tipo boia, sicario, aguzzino. Cos´ho a che fare con la boja delle decapitazioni romane? O con la sica di un assassino prezzolato? Oppure con un alguaćl spagnolo, emulo di un al-wazir arabo? L´etimologia varrà pure qualcosa. Carnefice, poi, è attributo da macellai. Nel mio caso la definizione giusta è maestro di giustizia. E per collocarmi nell´era dei grandi maestri, la dizione tardo-latina magister iustitiae et tormentorum mi pare ancora più appropriata.
  Forse sarò pedante ma voglio insistere su questo, restando nel passato. Prendiamo un artigiano medievale, un qualsiasi faber. Poteva essere bravo, mediocre o incapace. Restava pur sempre un faber. Ma se era detto magister, tutto cambiava. Il titolo equivaleva a un pubblico riconoscimento della sua competenza, a una promozione sociale. Lo poneva a fianco di un ser, poco sotto un dominus. Cedeva il passo solo a un nobilissimus o a un reverendissimus, in tempi nei quali i ceti e le precedenze contavano garantendo la qualità di una persona o di una famiglia.
  A differenza degli altri, il maestro di giustizia non poteva permettersi errori. La sua opera non contemplava la possibilità del disfare per rifare. Inoltre, essendo poco amato, comprensione e perdono erano pane riservato ad altri. Non un gemito oltre il dovuto nelle esecuzioni, nessun danno irrimediabile durante le torture. In caso contrario avrebbe perso stima e incarico. Erano tempi nei quali si passava con grande facilità dallo scranno di giudice al panchetto da inquisito, dal salone delle feste di un castello alle sue segrete. Il patibolo era un´eventualità da tenere sempre presente, anche da parte dei potenti. Perciò era meglio garantirsi un professionista capace di infliggere una morte rapida e indolore.
  Un unico fendente di mannaia o di spada poco sotto il foro occipitale, sfiorando la mandibola inferiore, e la testa rotolava. Chi finiva tra le mani di un inetto, alle volte riceveva anche tre colpi fra spalle e nuca prima di perdere i sensi e morire. Uno scannamento, insomma. L´impiccagione era faccenda ancora più delicata. Un nodo fatto bene e sistemato nel punto giusto, l´esatto calcolo dello spazio di caduta rapportato al peso del condannato e alla conformazione del collo garantivano la istantanea lussazione anteriore del dente dell´epistrofeo con morte immediata. Un maldestro lasciava scalciare l´appeso per minuti in una lenta asfissia, gli occhi sbarrati e la lingua fuori dalla bocca.
  Ovviamente nella nostra epoca le cose vanno in modo diverso. Tutto è facilitato dall´enorme quantità di strumenti di morte e tortura, sicuramente più numerosi di quelli di vita, alle volte persino più raffinati. Ma il concetto non cambia. Possono essere usati con imperizia o sadismo. Perciò insisto. Io ero un maestro. Nessuna delle mie tante vittime si è resa conto di essere in procinto di morire. E quando ho torturato qualcuno, se ne fosse decisa la sopravvivenza o la morte, l´ho riconsegnato sempre integro e senza avere inflitto un grammo di dolore o di umiliazione oltre il necessario.


©Marco Salvador
©Edizioni Fernandel
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