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I

  Mentre attraversavamo il fiume Oise, stormi di corvi erano calati gracchiando sulle rive. Osservandoli, i barcaioli avevano sentenziato: "Il vento cambia". Così era stato. Durante la notte il soffio gelido dell´Orsa aveva cacciato l´alito umido del Serpente, mutando il gocciolio della neve dai tetti e dai rami in lunghi ghiaccioli aguzzi. Al mattino la fanghiglia era indurita; cedeva appena, cricchiando sotto i piedi. Dovevamo procedere cauti, per non scivolare. Giunti al vecchio tabernacolo, a metà strada fra l´ospizio e il fiume, Childerico mi prese per un braccio dicendo: "Aspettami dietro questo e non guardare". Benedissi il suo stupido pudore, perché il tabernacolo era l´unico riparo in una spianata dove il vento s´incanalava sibilando maligno.
  Dovetti attendere a lungo, battendo i piedi e sfregandomi con le mani le orecchie intirizzite. A un certo punto sporsi il capo, per guardare. Lontano com´era, Childerico pareva piccolo e come schiacciato dalla linea sottile di un orizzonte livido. Eppure aveva un che di eroico, quasi fosse il fragile puntello capace d´impedire a cielo e terra di congiungersi per generare una bufera. Poi si mosse, e la maestosità di un´alba impietrita e silente svanì. Mi ritrassi, con la strana sensazione di aver visto un insetto nero arrancare nella neve. Quando mi raggiunse sorrise soddisfatto e mi strizzò il naso con una mano gelata che puzzava di piscio.
  Ricordo ogni particolare, perché il terzultimo giorno di novembre dell´anno 751, iniziato con un uomo incaponitosi a voler orinare in un fiume ghiacciato anziché nel bugliolo comune, anche il vento della mia vita cambiò.
  Mentre tornavamo all´ospizio, osservai Childerico ancora una volta. Digiuni e preghiere l´avevano reso curvo, emaciato, incerto nel camminare. Sembrava più vecchio di quanto fosse e l´espressione malinconica del viso offuscava la finezza dei tratti, rendendo lacrimosa la dolcezza dello sguardo. Chi l´avesse incontrato per caso, i capelli e la barba lunghissimi, stretto in un vecchio mantello, le fasce delle gambe penzolanti da sotto le ginocchia appuntite, l´avrebbe scambiato per uno straccione. Invece Childerico era il re dei franchi, ed erano solo i gesti misurati, il parlare pacato, il vezzo di sentenziare citando lunghi passi delle Scritture a renderlo diverso da un qualsiasi pezzente. In lui infatti non vi era alcuna regalità, neppure quando sedeva sul trono: tra le sue mani l´antica spada di Meroveo pareva un ferro vecchio, e ogni suo ordine aveva il tono querulo di una petizione.

  Per giustificare un regno nato da un´usurpazione, oggi molti parlano di Childerico come di un buono a nulla. Dicono: "Il suo spirito era misero al pari delle sue vesti, un vero pericolo per il regno". Altri cercano di giustificarlo: "Era la vittima inconsapevole di un sangue esausto; solo un buon idiota, ombra dei suoi antenati. Sarebbe dovuto restare nel monastero da cui è stato tolto". In realtà, fu semplicemente un monaco obbligato a farsi re; una sbiadita icona del potere, di fatto e da tempo nelle mani dei suoi ministri. Pensava di non essere tenuto a risolvere le umane miserie dei sudditi, per le quali c´erano appunto i ministri. Credeva di dover solo perorare una loro soluzione innanzi alla Corte Celeste, digiunando e pregando.
  Non voglio essere frainteso. Childerico non era un santo. Piuttosto l´ombra inconsapevole di un martire, un ecce homo privo di alcuna eccellenza in grado di nobilitare la sofferenza del vivere e del regnare. Inoltre lo avevano convinto che l´arrendevolezza potesse rivelarsi forza. Ma se ciò talvolta può essere vero, non lo è nei tempi di cospirazione. Allora la bontà, il desiderio di pace, il compromesso divengono iattura, la porta attraverso cui il nemico ti entra in casa. E questo, purtroppo per lui, Childerico non lo capì mai.

  Eravamo andati a prenderlo nel villaggio dove aveva scelto di abitare con il figlio Teoderico. Ero rimasto talmente deluso dalla povertà della casa e dalla rusticità dei servi, da lasciarmi sfuggire un commento irriverente. Mio padre, Reginaldo, mi aveva preso da parte e rimproverato con severità. Ma neppure lui era riuscito a celare disappunto per l´evidente sudditanza della famiglia reale perfino nei confronti del prefetto di palazzo, giunto da Parigi poco prima di noi e subito partito per Soissons.
Teoderico era a letto con la febbre e mio padre aveva deciso di lasciare due uomini a proteggerlo. Da mesi era preoccupato per la vita del re e di suo figlio. L´avevo capito vedendolo tornare a casa dagli incontri con l´abate di San Dionigi e il vescovo di Wurtzburg sempre più accigliato. Borbottava: "Questi s´impicciano troppo in faccende che non li riguardano". Dall´ultimo colloquio con Pipino, il maggiordomo reale, era rientrato addirittura furioso. Era corso dal re e aveva rapidamente organizzato il nostro viaggio.

  All´ospizio trovammo i cavalli nella corte. Erano già bardati e coperti con le gualdrappe pesanti. Poco lontano, mio padre stava discutendo con i suoi uomini. E pure lui s´incaponì quel mattino. Volle riprendere il viaggio nonostante un settentrione, sempre più oscuro, minacciasse tormenta. Fossimo rimasti lì o ritornati a San Dionigi, forse saremmo scampati all´orrore. Ma non ci fu monaco dell´ospizio o cavaliere del seguito capace di convincerlo. E il re neppure ci provò. Avanzavamo dunque sulla strada che da Parigi conduce a Soissons. Una via difficile, costeggiata da due velari di nebbia che ingrigivano la foresta oltre i cigli. L´unica cosa buona era la debolezza del vento, ancora incapace di vincere il fitto dei tronchi. Obbligato a fare da valletto al re, sedevo con lui su di un carro scoperto dal pianale sporco di letame rinsecchito. "Per non peccare di superbia e mostrare umiltà" aveva precisato Childerico, imponendoci quel miserabile e scomodo mezzo di trasporto.
  Dietro di noi, mio padre Reginaldo e i suoi otto fedeli faticavano a trattenere i cavalli, a obbligarli al passo lento dei buoi. Di tanto in tanto mi giravo a guardarlo. Con la ricciuta pelliccia d´agnello, il berretto di volpe, il balteo d´oro a reggere la spada che ne aveva fatto uno dei grandi di Neustria, lo sguardo fiero, il fisico possente, i mustacchi e i capelli sanguigni, lui sì che sembrava un re. E lo credevo immortale, invincibile; lo amavo con la devozione e il rispetto dovuti a un semidio.
  Dopo aver percorso circa sette miglia, avvistammo un drappello di cavalieri venirci rapidamente incontro. Riconobbi subito Pipino. Cavalcava davanti a tutti, impettito e borioso, seguito da alcuni nobili con berretti di lontra e grossi collari d´oro ben in vista sopra le pellicce e da un manipolo di soldati con le lance.
  Il maggiordomo fermò il suo cavallo a cinque passi da noi, con uno strappo rabbioso delle redini. Si mise di traverso, a sbarrarci la strada. Childerico lo salutò con un gesto della mano. "Mi vieni incontro, amico mio? Per difendermi e scortarmi fino a Soissons? Te ne sono grato, ma come vedi sono già protetto da Reginaldo". Guardai mio padre. Avevo compiuto da poco i quattordici anni e non capivo le trame degli adulti. Però la sua espressione mi trasmise un´improvvisa inquietudine. "Io non vado incontro a nessuno, tanto meno…" prese a dire Pipino, sprezzante. "Io sono il re, eppure ti sto venendo incontro" lo interruppe Childerico. "Per ascoltare chi hai radunato a Soissons a mia insaputa. Ma forse hai agito così per evitarmi il gravoso impegno delle convocazioni?" E non c´era ironia nelle sue parole.
  Mentre il bifolco abbandonava i buoi e si nascondeva tra le ruote, mio padre e i suoi circondarono il carro con le spade sguainate. I cavalli scalpitavano, affondando gli zoccoli nella neve alta e indurita dei cigli, scuotevano nervosi le criniere. Pipino si rivolse a mio padre: "Reginaldo, fatti da parte. Questo carro riporterà Childerico al suo monastero. Vai con lui o tornatene a Parigi ma non ostacolarmi, altrimenti dovrò considerarti un nemico. A Soissons l´intera nobiltà mi ha eletto re". Si fece avanti uno del seguito, il duca Auticario. "Anche il papa ha scritto: ‘Sia re colui che senza averne il nome ne ha il potere, a preferenza di chi ne ha il nome e non l'autorità´" disse altero. Fissando Pipino dritto negli occhi, mio padre ribatté con voce dura: "Non tutti ti hanno eletto. Io non c´ero e non ti riconosco come re. In quanto a papa Zaccaria, farebbe meglio a ricordare quanto disse Gregorio all´iconoclasta Leone: ‘Tu hai lo stesso diritto di comandare nella Chiesa quanto io nel palazzo imperiale´".
  Pipino batteva mio padre solo nel naso, lungo e grosso. Era molto più basso di statura, certamente meno forte. Ed era piuttosto brutto, con piccoli occhi tondi, troppo ravvicinati e di un grigio sbiadito. I mustacchi erano radi e i capelli sottili come quelli delle donne. Mi sembrava impossibile osasse sfidare Reginaldo, che quella ‘mezzalancia´ gli si parasse davanti con l´arroganza di un padrone.. Per questo il mio timore non si tramutò subito in paura. Il maggiordomo parve desistere. Con una smorfia fece rinculare il cavallo di almeno dieci passi, senza mai volgerci le spalle e senza smettere di guardarci rancoroso. In quel momento il vento dell´Orsa rinforzò. Insinuandosi fra i tronchi, fece stridere i rami. Ricacciò ogni rimasuglio di foschia nel fitto della selva, obbligando i nobili del maggiordomo a trattenere con una mano i berretti sul capo. Proprio allora mio padre fu colpito. Non da Pipino o da uno dei suoi uomini, bensì da chi aveva beneficato. Ottone di Thierry, e che il suo nome sia scritto, gli stava al solito dietro per proteggergli le spalle. Invece lo colpì alla base del collo, con un pugnale.
  Reginaldo non poté fare nulla. Spinse il capo indietro e stette per qualche attimo immobile, il viso rivolto al cielo. Poi ebbe un brivido violento e un mugolio prese a uscirgli dalle mascelle serrate. Cadde da cavallo, accanto alla sua spada. Era scosso da spasmi, la faccia nella neve. Gli altri suoi sette fedeli, smarriti, si guardavano l´un l´altro terrei in volto. Non sapevano cosa fare, vedendo il traditore andare a porsi fra i nemici. Le loro spade puntavano la terra, pendendo da braccia fattesi esitanti.
  Al principio mi sembrò di assistere alla Santa Rappresentazione. Una finta crocifissione, con i martelli che battono i chiodi solo vicino alle mani e ai piedi legati e imbrattati di sangue di gallina. Poi mi resi conto della realtà, mi riscossi e credetti di poter fare qualcosa per arrestare il corso degli eventi. Estrassi il pugnale e cercai di scendere dal carro. Un soldato mi fermò, allacciandomi con le braccia da dietro. Un altro mi puntò la lancia al petto. E ancora sperai: nessuno poteva realmente distruggere il mio mondo nell´arco di pochi respiri. Infine mi colpì l´irreparabilità dei fatti e il sangue mi si raggelò nelle vene. Impietrito, non riuscii più a distogliere gli occhi da mio padre.
  Reginaldo era paralizzato, non riusciva a muovere neppure un dito. Girava solo gli occhi, nel tentativo di trasmettere un ordine disperato, un messaggio incomprensibile. Due soldati lo trascinarono accanto a un albero, lo denudarono e legarono al tronco con delle corregge. Pipino alzò l´indice e il medio della mano destra verso un soldato con molte cicatrici sul volto. Questi, senza fretta e come in procinto di fare una cosa da nulla, prese il coltello appeso alla sua sella. Ne controllò il filo, passando più volte il pollice sulla lama. Si avvicinò a mio padre, gli tastò le carni sul petto e sul ventre. Poi gli aprì il corpo dallo sterno al pube, con precise e ripetute incisioni sempre più profonde.
  Il sangue colò, sgorgò, sprizzò fumante dalle carni recise. Sciolse la neve ai piedi di mio padre, arrossandola. Intrise le mani, le braccia e il petto del carnefice. Vidi le budella di mio padre, il cuore battere furioso. Reginaldo non emise un grido. Dalla sua bocca non uscì neppure un mugolio. Era madido di un sudore che gli si gelava sulla pelle, come brina. Lo sguardo era fisso su di me, prima agitato e poi pieno di angoscia. Il soldato afferrò con entrambe le mani le budella, le tirò fuori dal ventre. A quel punto Reginaldo sembrò rianimarsi e riacquistare le forze. Spinse in avanti il petto inarcandosi, gonfiò il torace come a voler spezzare le corregge. Ma in un attimo si afflosciò, ribaltando gli occhi. Il soldato raccolse una manciata di neve, per sfregarla sul viso e fargli riprendere i sensi. "Basta. Ormai tutti sanno quale fine attende i nemici del re" lo fermò Pipino. Allora il carnefice ruppe il cuore di mio padre con un pugno.
  Vedendo cosa li aspettava, gli altri si arresero. Dissero a Pipino: "Se ci permetti di vendicarci del traditore e di riportare a casa il corpo di Reginaldo ti riconosceremo come re". Pipino rispose: "Fate come vi pare. Ma il balteo d´oro spetta al soldato". Allora quelli slegarono mio padre, cercarono di rimettergli le budella nel ventre, lo deposero sul carro sopra i suoi abiti e lo coprirono con la pelliccia. Quindi afferrarono Ottone.
  Bestemmiava, tentava di liberarsi, insultava Pipino chiamandolo spergiuro. Lo punirono con la spada di Reginaldo. Gliela infilarono nel ventre, fra l´ombelico e il pube, spingendo con forza fino a piantarne la punta nel legno già profanato. Poi lo legarono al tronco per il collo e lo abbandonarono là, a urlare e implorare. Non lo avevano denudato, affinché il freddo non lo uccidesse rapidamente. La morte sarebbe venuta con le tenebre, assieme alle ombre dei dannati e al ringhiare dei lupi.
Childerico non protestò, non alzò un dito, non reagì in alcun modo. Disse solo: "La maledizione di Dio sia su di voi se osate toccare quel ragazzo!". Pipino mi guardò, fingendo di non conoscermi. Chiese: "Chi è?". Gli risposero: "L´unico figlio di Reginaldo. Serve Childerico nel viaggio". "Riportatelo da sua madre" concesse l´usurpatore. Sembrava solo infastidito da alcuni radi fiocchi di neve che gli cadevano sul viso.
  Non riuscivo a distogliere lo sguardo da mio padre, scannato come un cervo alla fine di una battuta di caccia. La sua vita usciva dall´improvvisato sudario in un denso vapore; si consumava inesorabilmente, disperdendosi nell´aria. Dopo un po´ Childerico disse, indicando la pelle flaccida sotto il mento e di un avambraccio: "Evaldo, guarda. La carne pende verso il basso, vuole tOrnare alla terra. Tutti dobbiamo tornarci e tuo padre l´ha fatto con onore, senza passare attraverso l´umiliazione della vecchiaia. Devi esserne lieto. Ora lui vede il Padre".
  In quel momento anch´io considerai Childerico un mezzo demente e lo disprezzai per le sue parole. Vedevo Pipino ovunque volgessi lo sguardo, anche se era ripartito per farsi ungere re lasciandoci nelle mani di alcuni soldati. E nel mio animo si stava insinuando un sentimento di rancore e rabbia nei confronti di Ottone il traditore, Pipino l´usurpatore e Childerico l´inetto. Quel sentimento sfiorava persino Reginaldo, che aveva scelto di morire per un re straccione e codardo invece di continuare a vivere per me, e non versai una sola lacrima.
  Mi divincolai dall´abbraccio di Childerico e andai a sedermi accanto al cadavere di mio padre. Accarezzai il suo viso, calai le palpebre sulle pupille fattesi grandi e lo presi per mano aggiustandogli la pelliccia attorno al corpo. Childerico continuò a guardarmi senza fare né dire nulla, capace solo di pregare muovendo la bocca come uno stupido pesce fuori dall´acqua. Non lasciai la mano di Reginaldo neppure durante la notte, lottando contro il sonno e la stanchezza. La lasciai solo quando mia madre la prese tra le sue.

©Marco Salvador
©Edizioni Piemme
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