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EPILOGO IN MODO DI PROLOGO
Il monaco di nome Teja mi scrutava con sospetto. Ho creduto che causa della sua diffidenza fosse il mio abbigliamento, troppo ricco per un prete. Non era così, ora lo so. Egli semplicemente diffida di tutti coloro che mettono piede nella chiesa della quale è il nuovo Custode.
Teja è un uomo dalle vesti luride. L´orlo inferiore della tunica ha una spessa crosta di sudiciume e la clamide sono anni che non viene immersa nella liscivia. Anche nel fisico è sgradevole. La pelle del viso, di un grigio pallore, è grinzosa. La cute del cranio, denudata dalla tonsura, è cosparsa di macchie brunastre. Le dita delle mani terminano con unghie nere e spezzate come gli artigli di una vecchia poiana. Ha lo sguardo malevolo, forse per le palpebre cadenti, arrossate e cispose. L´atteggiamento non è migliore dell'aspetto. Ti sta davanti, ritto e austero, facendo tintinnare le chiavi che gli pendono dalla cintura e parla con fastidiosa arroganza. Chiaramente si crede il padrone in San Giovanni Battista, la chiesa edificata dal vescovo Massimo al tempo di papa Simmaco.
Quando mi si è avvicinato per l´abbraccio rituale, ho provato un moto di repulsione. A un´età ormai avviata all´ultima vecchiaia, tutti si aspettano che mi comporti in modo saggio ed esemplare. È una cosa che mi costa una grande fatica, perché la senilità ha devastato il mio corpo senza darmi nulla in cambio. Tanto meno la saggezza che gli altri pretendono. Allora mi sforzo di apparire come si aspetta chi mi è accanto. Almeno in pubblico recito questa menzogna. Perciò mi sono imposto di ricambiare l´abbraccio, dicendomi che, in fondo, da Teja traspare semplicemente ciò che fa ed è nella vita. Proprio come dalla spazzatura di una casa trapela la condizione di chi l'abita. Teja, infatti, trascorre le giornate nella cripta, sotto la tribuna, a dare la caccia ai ratti che si cibano di cadaveri e a riaccomodare i corpi che la putrefazione spesso scompone.
È vero. La laida presenza di Teja stona tra gli ori, gli argenti e i drappi con i quali le regine Teodolinda e Gundeberga hanno ornato l´antico tempio. A tratti, però, un frammento di quei preziosi pare luccicare in lui, come se celasse una gemma sotto la sporcizia. È certamente un inganno della vista, un riflesso dei lumi sull'oro delle icone. Tuttavia a me piace pensare che quel balenio sia il simbolico trasparire della sua conoscenza, di ciò che egli ha appreso spiando quotidianamente la morte che disfa meticolosamente ciò che è stato tessuto dalle mani dell´Invisibile. La sua è una scienza di pochi iniziati e ne giustifica, almeno in parte, la comune insolenza. Il constatare quanto poco tempo impiega Abbatôn a cancellare ciò che l'uomo ha fatto sgorgare, aumenta grandemente lo stupore dei custodi dei morti nei confronti della Potenza.
La consapevolezza che il sasso, calciato via con fastidio dalla propria strada, è immensamente più duraturo del più potente degli uomini, fa sì che il corpo e le vesti abbiano perso in Teja ogni importanza. Ciò ha provocato in lui un´intima trasformazione. Non si sente più un uomo, ma uno spirito imprigionato dai demoni nella lordura della carne, in un involucro che striscia faticosamente verso una liberatoria dissoluzione. Questo è un terribile peccato, perché l´Altissimo ha creato il corpo come teca dell'anima. Anche a Teja, che tra l´oro e lo sterco non vede differenza, mancherebbe l´ardire di porre il pane consacrato nel trogolo di un maiale. Potrebbe persino essere accusato d´eresia, come seguace di Mani. Ma non voglio andare oltre in questi sospetti, poiché pure io, come i manichei, ho per molto tempo creduto che la conoscenza fosse la via maestra per la salvezza e mi sono lordato di ben altre eresie gnostiche.
Il giudice Romualdo, che mi accompagnava con il mandato di re Rodoaldo, lo ha infine convinto a non porre intralci alla missione che mi aveva obbligato al faticoso viaggio da Cividale a Pavia. Senza dare altra spiegazione che quella di un voto segreto o svelare il mio nome. Non prima, comunque, che Teja si sentisse obbligato a spiegare, con voce aspra, il motivo della sua titubanza: alcuni visitatori, simulando estasi o eccitamento spirituale, macchiano con i flussi carnali del piacere i corpi dei morti. A tale precisazione, non fossi stato io prete e lui monaco, ed entrambi ariani, l´avrei schiaffeggiato. Mi sono limitato a guardarlo negli occhi, con durezza. Lui ha visto la mia indignazione, ha fatto un inchino e, con un gesto alfine umile, mi ha invitato a seguirlo.
Al centro della scalinata che sale alla tribuna e s´interrompe a pochi passi dai velari dell´iconostasi, che divide lo spazio comune dal sancta sancortum, vi è l´accesso alla cripta.
È un modo di seppellire i morti che non mi piace: hanno imposto alle chiese ventri putridi. Un tempo si riteneva che il cadavere contaminasse la Casa, luogo di resurrezione, e vi veniva posto solo dopo la sua santificazione. Non è più così. Ora ci va pure chi è morto peccando.
Le cripte cimiteriali sono una novità pretesa dai longobardi, che amano tutto ciò che è oscuro, misterioso e sotterraneo. Per loro sono come le case dei morti che erigevano prima di venire in Italia, dove i defunti, trasformati in pietre dal gelo, aspettavano la fine dell'inverno, lo sciogliersi dei ghiacci e l'intenerirsi della terra per essere sepolti e raggiungere il Walhalla.
Anche molti cattolici ormai le usano, per se stessi e i propri famigliari. Certi sperano di salire più velocemente in cielo, stando tanto vicini alle reliquie dei martiri e dei santi. Altri, più materiali, credono che là sotto il corpo si mummifichi naturalmente. Per quanto mi riguarda preferisco il sarcofago, se potrò permettermelo. Altrimenti la nuda terra andrà egualmente bene, purché sia in luogo decoroso. Sono entrambe sepolture nelle quali i resti mortali divengono semplici memorie per i viventi, rimanendo occultati.
Teja ha raccolto dal pavimento una ciotola di rame, colma d'incenso. Siamo scesi per una stretta scala di pietra, con sette scalini. Su ognuno era poggiato un piccolo braciere e su ciascuno si è chinato, ha soffiato via la cenere ravvivando le poche braci e gettato un pizzico d'incenso. Quando ha aperto la massiccia porta di quercia, eravamo avvolti in una nube profumata di resine e fiori. Ciò nonostante, ho dovuto reprimere un conato di vomito a causa dei miasmi che mi hanno aggredito. Lui mi ha guardato di sottecchi, con ironia, e mi ha teso un oggetto che non avevo mai visto prima. Un piccolo anello di ferro, tagliato, con due palline d'osso fissate alle estremità recise. Per farmi capire l'uso dello strumento, s'è stretto il naso tra il pollice e l'indice della mano destra, dicendomi: "Fratello, tu non sei abituato. Devi respirare solo con la bocca." Forzai l'anello e me lo fissai al naso. Stringeva da far male, ma serrava completamente le narici.
La sala principale della cripta è un´aula a forma di croce greca. Il soffitto a volta è sorretto da dodici colonne di pietra, con capitelli rozzamente scolpiti. Non vi sono morti o sepolcri. C´è solo, nel mezzo, una cassa di legno. È tutta ferrata, con tre serrature, fissata al suolo da grosse catene. Racchiude il tesoro della chiesa e occulta il loculo delle sante reliquie. Sopra quel forziere arde una lampada a tre becchi, che fa intravedere delle figure dipinte sui muri. Una a destra e l´altra a sinistra, si aprono due porte. Di fronte a chi entra vi è un piccolo altare, incassato in una profonda nicchia, proprio sotto la stretta feritoia di aerazione protetta da una grata.
Teja ha preso da un angolo due torce, le ha accese al lume e me ne ha tesa una. Erano scadenti. Emanavano una luce rossastra e molto fumo, lasciando cadere sul pavimento stille di resina incandescente. Ci siamo diretti verso la porta di destra. L´ha aperta con una delle sue chiavi, è entrato e ha fissato la sua torcia in un sostegno posto sul lato sinistro di un angusto e basso corridoio dalle nude pareti di mattoni. Poi è tornato nell'aula. Con un nuovo inchino, e c´era sarcasmo nello sguardo e nei gesti, mi ha invitato a entrare, dicendomi: "In fondo al corridoio, al centro della seconda aula, re Rotari e la duchessa Gaila sono uno accanto all'altra. Io resto qui, a leggere il salterio". Ho finto di non notare che aveva chiamato Gaila duchessa e non regina.
Con la testa toccavo il soffitto a botte del corridoio. Dovevo procedere curvo, tenendo la torcia con il braccio teso davanti a me. Il fumo acre mi faceva tossire e lacrimare gli occhi. In più, non vedevo d´un passo oltre i miei piedi. Alla fine del camminamento, mi sono trovato nella prima stanza. Ho evitato di guardarmi attorno con troppa attenzione. Egualmente ho intravisto e udito. La fiamma si era ammutolita per l'improvvisa pochezza d'aria e per l´immobilizzarsi del mio braccio. Su tavolacci di legno, addossati alle pareti e sovrapposti come i graticci dove si mette ad appassire l'uva, un gran numero di cadaveri si decomponeva nei sudari. Gli umori, colando, provocavano un rumore ritmato e continuo, simile al gocciolare del grasso nella leccarda dello spiedo. Un liquame nero attraversava il mio cammino, in rivoli contorti che si riunivano nel canale di scolo centrale dove, al rumore dei passi, fuggivano ratti dagli occhi rossi. Ciò che non potevo percepire con il naso mi è parso d´avvertirlo con la lingua, come una serpe, e mi è tornata la nausea.
Nella seconda stanza, dopo un cancello di legno che si apre semplicemente spingendolo, ci sono i corpi dei miei amici e signori. Ho cercato un sostegno per la torcia e ho visto che ve n´erano quattro, negli angoli. Tre reggevano fiaccole spente e solo uno era vuoto. Le ho accese tutte prima di porre la mia nel sostegno libero, sopra il secchio di sabbia che serve per spegnerle. L'aula si è illuminata di una luce vacillante, piena di ombre, e mi sono avvicinato alle carni del re e della regina.
Ne ho viste di cose orribili nella mia lunga vita, ma sono rimasto sconvolto nel trovarmi davanti a ciò che la morte aveva compiuto in pochi mesi, nonostante lavacri salati, spezie e unguenti rari. I preparatori, fatti venire da Ravenna, non erano riusciti a ottenere da Rodoaldo il permesso di conficcare le cannule che fanno colare dai corpi le viscere e le cervella, ossia nei fianchi, nel perineo e dietro le orecchie. Quello che vedevo era il raccapricciante risultato anche di quell'ostinato diniego.
I due cadaveri giacciono su una lastra di ardesia, sorretta da quattro pilastri di porfido. Paiono stare nel talamo nuziale, Rotari nel mezzo e Gaila alla sua destra. Vi è uno spazio vuoto a sinistra del re. È il posto che attende la seconda moglie, la regina Gundeberga. Lei non ne sarebbe degna, ma il posto le spetta di diritto. Sono coperti da preziosi veli funebri d'oriente, neri con fregi d'argento. Il gigantesco e forte re Rotari appariva già rinsecchito e rimpicciolito. La bella e sfortunata regina Gaila era gonfia e informe, come un otre in procinto di squarciarsi, completamente ricoperta di una muffa grigia. Del re intravedevo lo scramasax che stringeva tra le mani congiunte sul ventre, l´oro della fibula sul mantello e della croce cucita sulla tunica all'altezza del cuore. Della regina quasi nulla, poiché sotto il velo tutto era occultato da quel muschio biancastro. Persino la veste, che ricordavo di porpora e oro. I ratti avevano infierito con spietatezza su di loro. A Rotari, che aveva il colore del legno marcio, mancavano gli occhi nelle orbite, il naso e le labbra: pareva ringhiare, con denti da lupo. Gaila aveva un piede con le ossa denudate. Non aggiungo altro, perché ancora oggi il mio cuore si riempie d'angoscia e tristezza al ricordo di tale visione.
Mi sono fatto forza e mi sono inginocchiato accanto al corpo del re, dalla parte dov´erano stati appoggiati lo scudo tondo dall´umbone con imborchiata la vipera d'oro, la spada e la lancia spezzata dal suo scudiero. Mi sono preso il viso tra le mani e coperto il capo con il mantello. Piangendo, ho recitato il brano del libro di Esdra nel quale s´invoca il riposo dei morti. Poi gli ho parlato: "Eccomi, amico mio, sono qui. Ho mantenuto la promessa. Tutto è stato fatto secondo i tuoi desideri e te ne ho portata la prova". Ho tratto dalla tasca segreta del mio mantello la nera shin di ferro che avevo raccolto nel torace di Romilde e l´ho infilata sotto un lembo del velo funebre, badando che fosse girata nel verso giusto. Con le braccia in alto, ad implorare Dio, e non rovesciata in segno di maledizione. Poi, non mi vergogno a dirlo, sono fuggito con la mia torcia senza neppure spegnere le altre. Non sono scappato per paura o l´orrore del luogo, ma per il dolore che mi dava il vedere tale dissoluzione.
Ho voluto porre queste tristi cose in capo alla cronaca ormai terminata, e non in fondo dove dovrebbero stare per cronologia, affinché il lettore giudichi gli eventi della vita di re Rotari, e della mia, con cristiana pietà e indulgenza. Rammenti che, prima o poi, si troverà pure lui davanti ad Abbatôn il terrificante. Ad Abbatôn, quando era un angelo di nome Muriel e non aveva ancora peccato d´orgoglio, il Creatore ha chiesto di portargli la terra vergine per fare Adamo. A lui saremo ridati affinché riduca le nostre membra, le nostre viscere e le nostre ossa nuovamente in terra. In quel momento, per sentenziare se la nostra anima immortale merita la beatitudine o la tortura, essa sarà pesata con la medesima pietà e indulgenza di cui noi saremo stati capaci nei confronti degli altri.
©Marco Salvador
©Edizioni Piemme
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