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I

  Inchiodati. Anzi, infilzati. Come i maggiolini sul mulino. Fra le tante similitudini, questa mi pare la più adatta a definire la condizione dei vecchi nella ben triste storia che sto per raccontare.
  Il mulino lo fabbricavano i padri, in tempi contadini ormai lontani. Per far giocare i bambini, a primavera. Un rocchetto di legno, tanto atteso: la madre lo denudava con esasperante lentezza in lunghe orlature, pedalando curva come in salita sulla Singer nera. Poi la polverosa ricerca di un ombrello fra le ragnatele di un sottoscala o la polvere del solaio, così scassato da non avere né manico né tela. Erano sufficienti le poche e rugginose stecche rimaste, per ricavarne degli spiedi lunghi un palmo. Da appuntire, con la mola, sotto il gelso davanti alla casa.
  Il rocchetto, ferro dopo ferro, acquisiva l´aspetto drammatico di un´arma medievale. Bastavano otto aculei infissi a raggiera e si trasformava, tra le mani callose, in una ruota da santa inquisizione. Il perno: una crocifissione con un sol chiodo sfregato nel sapone, che il martello piantava nella porta sconnessa del cesso in cortile. L´uomo, dopo aver fatto ruotare il rocchetto con un colpo secco dell´indice, se ne andava soddisfatto per la leggerezza del girare.
  Era tempo di caccia. Solitamente i maggiolini scendevano a divorare le prime foglie del susino, tra la terza e la quarta pianta di vite nel secondo filare, dalla parte del fosso grande. Bastava scuotere l´albero: cadevano come una grandinata. I più stavano, tra l´erba, pancia in su a zampettare per rigirarsi. Raccoglierne una fazzolettata era facile; faceva meno ribrezzo del raccattare le voraci dorifore, dalle budella gialle e puzzolenti, sulle foglie delle patate, lavoro con cui il bambino avrebbe pagato il mulino da lì a poco.
  Con crudele delicatezza se ne infilzava uno per raggio, usando solo quel tanto di forza bastante a forare la rigidezza del corsaletto nero sul ventre, senza ucciderli.
  Il mulino era pronto.
  Si aspettava che un maggiolino aprisse le elitre rossastre e brillanti, facesse uscire le ali e prendesse a batterle per liberarsi. Lo stridio era come un segnale. Volavano tutti. Più remavano l´aria e più il mulino girava. Prendeva la velocità di un vortice. I maggiolini avevano un unico scopo: fuggire. Ma giravano e basta, fino a morire uno dopo l´altro sugli spiedi o, in un grigio olocausto appiccicoso, schiacciati dagli zoccoli di un bambino stufo di giocare.

©Marco Salvador
©Edizioni Fernandel
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