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AUTOBIOGRAFIA

(comunque e sempre provvisoria)

mani
  Sono nato a San Lorenzo, un piccolo paese contadino del Friuli occidentale, il 10 novembre. Sul finire di una fredda notte, anticipatrice di una gelida brinata. L´anno era il 1948, memorabile per le frequenti e disastrose grandinate. Diciannove giorni dopo mio padre morì. Stava per commemorare la morte di mia sorella (1947) e festeggiare l´anniversario di matrimonio (1946). Ora, visto che pure mia figlia è nata a novembre e che l´incidente fatale di mia madre è accaduto a novembre, nessuno si stupirà se questo mese mi dà una certa agitazione. Nel bene e nel male.
  Ho frequentato i primi quattro anni delle elementari nel mio paese, in due pluriclassi. I, II e III con una maestra; la IV con un´altra, assieme a quelli di V che, ormai al giogo nei campi, potevano sfasciarti la faccia con una semplice manata. Ma nonostante mia madre pretendesse da me abiti puliti, una chioma piuttosto lunga e qualche goccia di colonia, la mia vita scorreva felicemente. E i miei coetanei profumati di stalla, rattoppati e liberi come fringuelli non mi coglionavano. Neppure per i bottoni rossi della mia tunica da chierichetto (tutti li avevano neri) e la cotta con pizzo rinascimentale da monsignore.
  Poi si misero in mezzo i parenti e amici. A nove anni lasciai la grande casa dove ero nato, e dove vivevamo da soli io e mia madre, e finii come interno dai Salesiani del collegio di Pordenone. Ricordo il primo dettato. Fin lì, avendo le maestre per casa, risplendevo per media dei voti. Al primo dettato salesiano (dieci righe con la regola che, partendo da dieci, ad ogni errore di ortografia si perdeva un punto) presi un bel -15. Ripetei la quinta elementare e odiai i salesiani. La vita era dura. Ci si alzava alle sei e mezza e si andava a dormire alle nove: circa quindici ore di lezioni e studio interrotte da una messa, una funzione religiosa e sole due vere ricreazioni, il tutto regolato dal suono della campanella o dal fischietto del Consigliere. Una severità da scuola militare, con regole ferree su comportamento, modo di stare a tavola, parlare, muoversi, rifare il letto, pulizia personale e così via. Però, oggi lo ammetto: devo ai salesiani gran parte di quello che so e che so fare. Mi hanno insegnato i ´metodi´. Come apprendere, come affrontare i problemi, come cavare il massimo dalle poche doti in possesso. Il tutto a suon di esercizi spirituali, analisi logica e versioni dal/al latino e greco.
  Ci stetti fino in quarta ginnasio. Alle soglie della quinta, dopo una vacanza estiva durante la quale rimasi fulminato dalla meraviglia del femminino, puntai i piedi e mi rifiutai di tornare in ´carcere´. Mia madre m´impose una scelta: o il classico in collegio o un diploma fuori. Scelsi la seconda opzione, con suo enorme dispiacere. Immeritatamente, e solo grazie ai miei nove in italiano e storia, divenni perito chimico. Furono anni goderecci, un´anticipazione del ´68, curiosi, ribelli, allegri, ideologici eppure senza odio e violenza. Quindi il tentativo di raddrizzare le cose, di tornare agli interessi veri con l´iscrizione a filosofia a Trieste prima e il trasferimento alla facoltà di psicologia a Padova poi.
  Le mie esperienze lavorative sono state varie e non tutte soddisfacenti. Sono partito come responsabile del settore AIL in un grande compagnia assicurativa e ho finito con l´occuparmi dei problemi degli anziani nelle case di riposo e di altri in istituti per umanità ´in sofferenza´. In realtà, ogni mia scelta è stata frutto di un compromesso o del mescolarsi di caso e necessità.
   Nell´insieme il tutto non è stato granché gratificante. Ma ho avuto una grande fortuna: una famiglia stupenda, sempre accanto a me, a partire da mia madre. Nel 1969 conobbi quella che è mia moglie da trentatré anni. Una donna splendida, in tutti i sensi. Da essa ho avuto due figli. Un maschio nel 1977 e una femmina nel 1986, dei quali vado orgoglioso. Ancora oggi viviamo tutti assieme nella grande casa dove sono nato.

(tornate, troverete aggiornamenti…forse)


Marco Salvador Sito Ufficiale/Official site